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Colleghi che vivono solo per il lavoro: 4 segnali e la semplice correzione

Colleghi che vivono solo per il lavoro: 4 segnali e la semplice correzione

Avere un collega che sembra dedicare ogni minuto al lavoro può sembrare, a prima vista, un vantaggio per l’azienda. Tuttavia, quando una persona vive e respira esclusivamente il proprio impiego, spesso dietro c’è molto più di una semplice “grande dedizione”: c’è il rischio concreto di burnout e di perdita di identità personale. In molti uffici esiste quel tipo di collega che non parla d’altro se non di scadenze, progetti e riunioni.

Sara Lindquist, 31 anni, del Minnesota, conosce bene questa dinamica: ha lavorato con molte persone così e, a un certo punto, è diventata lei stessa “quel” tipo di collega. Ha raccontato di aver trasformato il lavoro nella totalità della propria personalità, arrivando a perdere il senso di chi fosse al di fuori dell’ufficio. Esteriormente tutto sembrava perfetto, ma dentro, come lei stessa ha spiegato, “stavo crollando”.

Dalla crisi personale al coaching sul burnout

Dopo essersi resa conto di quanto il lavoro avesse invaso ogni area della sua vita, Lindquist ha “allargato lo sguardo” e ha fondato @corporatecleanse, un progetto di coaching dedicato al burnout e al benessere nella carriera. Sui social condivide regolarmente riflessioni e consigli, e un suo video su TikTok, in cui elenca i quattro segnali che indicano che un collega non ha una vita al di fuori del lavoro, è diventato virale con oltre 1,7 milioni di visualizzazioni e circa 70.500 like.

Lindquist afferma di ammirare la spinta e la passione di chi dà tutto nel lavoro, ma si chiede quali siano i costi: sonno, amicizie, hobby, salute. Secondo lei, trasformare il lavoro in “tutto il proprio mondo” può portare benefici nel breve periodo, ma restringe enormemente la vita e aumenta il rischio di esaurimento.

I quattro segnali che un collega non ha una vita fuori dall’ufficio

Nel video virale, Lindquist riassume il problema in quattro segnali chiari, che possono aiutare a riconoscere quando il rapporto con il lavoro è diventato eccessivo.

1. Il lavoro è tutta la loro personalità

Il primo segnale è quando il lavoro diventa l’unico tema di conversazione. Ogni chiacchierata, dalla pausa caffè alla mensa, gira intorno a progetti, clienti, obiettivi, riunioni. Non emergono mai altri aspetti: niente passioni, niente vita sociale, niente interessi personali.

In questi casi, la persona sembra definire completamente se stessa attraverso il ruolo professionale. Secondo Lindquist, questo è un indizio di “enmeshment di carriera”, cioè una fusione tra identità personale e lavoro: l’autostima sale e scende in base alla performance e ai complimenti ricevuti in ufficio.

2. Trattano il lavoro come se fosse la loro famiglia

Un altro segnale è quando il team o l’azienda vengono vissuti come una vera e propria “famiglia”. A prima vista può sembrare un clima caloroso, ma spesso, sottotraccia, questa retorica viene usata per giustificare orari infiniti e per far sentire in colpa chi “stacca” o dice di no.

Per Lindquist, quando il lavoro viene paragonato a una famiglia, spesso è un modo per spingere le persone a mettere sempre l’azienda al primo posto. Invece, un team davvero sano rispetta i confini, accetta il diritto di dire “basta per oggi” e non trasforma ogni richiesta in una prova di lealtà.

3. Credono che riposare sia un segno di debolezza

Il terzo segnale riguarda il rapporto con il riposo. Alcune persone si vantano di lavorare senza sosta, di fare straordinari continui, di dormire pochissimo. Considerano le pause, le ferie o semplicemente il rallentare come un segno di pigrizia o di scarso impegno.

Per Lindquist, questo atteggiamento indica che si è stati condizionati dalla cultura dell’hustle e da una visione puramente produttivistica del valore personale. Il risultato è che la propria dignità viene legata alla quantità di lavoro svolto, una strada diretta verso il burnout. L’ironia, sottolinea, è che meno si riposa, peggio si lavora: nessuno trae davvero beneficio dalla “grind” senza sonno, se non un sistema che potrebbe rimpiazzare chiunque in pochissimo tempo.

4. Non sanno chi sono senza il loro ruolo

Il quarto segnale è il più profondo: la persona non sa chi sia al di fuori del proprio ruolo professionale. Quando non lavora, si sente persa, vuota, senza riferimenti. Non coltiva relazioni, hobby, interessi che non siano collegati al lavoro.

Questa fusione tra identità e carriera porta spesso a confini sfumati, relazioni trascurate e hobby abbandonati. Secondo Lindquist, aumenta anche il rischio di una vera e propria crisi di identità se il ruolo cambia, se si perde il lavoro o se le condizioni lavorative subiscono una brusca trasformazione.

Dove questi schemi sono più diffusi

Secondo Lindquist, questi modelli possono emergere in qualsiasi ambiente lavorativo, ma sono particolarmente frequenti nei settori che premiano prestigio e urgenza. Tra questi cita:

  • ambito legale
  • finanza
  • tecnologia
  • sanità
  • vendite

Anche l’età ha un peso: chi è all’inizio della carriera è spesso più vulnerabile, perché sente di dover dimostrare il proprio valore a tutti i costi. In queste fasi, è più facile accettare ritmi estremi e sacrificare la vita privata pur di “farsi un nome”.

L’antidoto: confini sani e identità più ampia

Per chi si riconosce in uno o più di questi segnali, Lindquist è chiara: c’è speranza. Quello che definisce “l’antidoto” consiste in tre passaggi fondamentali:

  • ricostruire confini di lavoro più sani
  • diversificare la propria identità oltre la carriera
  • imparare a dare valore a se stessi al di là dei risultati professionali

Significa, in pratica, reintrodurre nella propria vita spazi che non abbiano nulla a che fare con l’ufficio: relazioni, passioni, cura di sé, tempo libero autentico. E soprattutto, ridefinire che cosa significa “successo”, includendo il benessere personale e non solo gli obiettivi aziendali.

L’impatto del video e le reazioni online

Dopo aver condiviso questi quattro segnali su TikTok, Lindquist è rimasta colpita dalla reazione del pubblico. Ha guadagnato migliaia di nuovi follower e ha ricevuto centinaia di commenti da persone che si riconoscevano in ognuna di queste “red flag”. Per lei, questo dimostra che non si tratta di esperienze isolate, ma di un fenomeno diffuso.

Lindquist afferma di essere profondamente motivata ad aiutare le persone a fissare confini chiari e a costruire una vita che non ruoti solo intorno allo stipendio. Racconta di aver rivisto completamente la propria idea di successo, includendo la cura di sé come elemento centrale. A suo avviso, l’unico modo per migliorare davvero è imparare a prendersi cura di sé per primi.

Nei commenti al video virale, che ha superato i 480 interventi, molti hanno condiviso la propria esperienza con il burnout aziendale. C’è chi ha scritto che questi colleghi “sono i primi ad arrivare e gli ultimi ad andare via, facendo sembrare te quello pigro”, o chi ha osservato che “confondono un’ossessione malsana con la dedizione”.

Non tutti, però, erano d’accordo: qualcuno ha commentato di preferire “questo tipo di collega al collega pigro”. Il dibattito mostra quanto il confine tra impegno sano e sacrificio eccessivo sia ancora poco chiaro, e quanto sia necessario parlarne apertamente per promuovere ambienti di lavoro più equilibrati.